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Sacrificio di
bovini, rituale funerario e culto degli antenati
nelle
culture tribali dell’India e del sudest asiatico
(read abridged English version)
Il bufalo d’acqua è uno
degli animali di maggior valore religioso ed economico utilizzati per i
sacrifici nel subcontinente indiano, nella Cina meridionale e nell’Asia del
sudest. In queste parti del mondo esso è offerto in sacrificio alle divinità o
agli spiriti sia da popolazioni aderenti alle due grandi religioni di
derivazione vedica, l’induismo ed il buddhismo, che da popolazioni praticanti
culti tribali di modello sciamanico. L’India, in particolare, possiede
un’antichissima tradizione relativa al sacrificio del bufalo, originatasi con
ogni probabilità durante il periodo protostorico. Si è avanzata l’ipotesi che
il sacrificio del bufalo avesse una grande importanza nelle tradizioni
religiose della più antica civiltà indiana conosciuta, quella harappana (seconda
metà del quarto millennio — prima metà del secondo millennio a.C.). Alcuni
sigilli da impressione risalenti a quel periodo della protostoria indiana
raffigurano l’uccisione d’un bufalo ad opera di un uomo armato di lancia, una
scena interpretata da alcuni come una cerimonia sacrificale.[1] Questo
modo di uccidere il bufalo caratterizza attualmente alcune tradizioni
sacrificali dell’Asia del sudest, ma ha lasciato poche tracce di sé in India,
eccezion fatta per le regioni nordorientali del paese.
In India la tradizione
rituale consistente nell’immolare bufali in onore di potenti divinità è stata
perpetuata fino ai nostri giorni dallo çàktismo. Fin dall’antichità il sacrificio del bufalo per
decapitazione rappresenta in India un surrogato rituale del sacrificio umano ed
è, dopo questo, l’offerta di più elevato valore dedicabile alla Dea od alle sue
innumerevoli manifestazioni secondarie, siano esse venerate a livello locale
oppure pan-indiano. Il sacrificio del bufalo è praticato in India anche
nell’ambito di culti tribali dedicati agli spiriti che presiedono alla
fertilità dei campi, all’abbondanza delle precipitazioni, e ad altre funzioni
decisive per la sopravvivenza delle comunità di agricoltori tribali, funzioni
che in fondo sono le stesse demandate dagli agricoltori di religione hindu alle
proprie divinità femminili. Questo tipo di tradizione sacrificale, le cui tracce
si ritrovano fino in Indocina e in Indonesia, non forma, tuttavia, l’oggetto di
studio del presente saggio. Ciò che ci si propone in questa sede è, invece,
operare un raffronto sistematico fra le diverse forme in cui il sacrificio del
bufalo — e, per estensione, anche quello di altri bovini — si presenta
associato ai rituali funerari fra le popolazioni tribali di cultura più arcaica
dell’India, della Cina meridionale e dell’Asia del sudest.
Nelle rappresentazioni
religiose del cosmo proprie delle culture più arcaiche dell’Asia meridionale e
sudorientale il bufalo funge spesso da simbolo zoomorfo delle potenze
spirituali dimoranti nel mondo dei morti, che queste culture generalmente
collocano in una dimensione sotterranea, umida, oscura, e per ciò stesso
temibile. Il bufalo, a causa del colore nero del suo manto, del suo
comportamento refrattario all’esposizione alla luce solare, delle sue abitudini
crepuscolari e notturne, della sua predilezione per gli ambienti acquatici ed
ombrosi, della lentezza delle sue reazioni metaboliche, è spontaneamente
percepito da certe popolazioni dell’Asia tropicale, probabilmente sin
dall’epoca preistorica, come l’essere vivente che meglio si presta, grazie ad
un processo di trasfigurazione simbolica delle sue caratteristiche biologiche e
comportamentali, a sintetizzare in un’unica figura animale l’immagine mitica
che l’uomo da sempre ha del mondo dei morti come una regione ctonia e
tenebrosa. Ciò sembra essere all’origine della concezione del bufalo come
animale psicopompo, cioè come trasportatore delle anime dei defunti dal mondo
dei vivi a quello dei morti, incorporata in un certo numero di rituali funerari
tribali evolutisi nell’Asia tropicale. Il ruolo di psicopompo attribuito al
bufalo fa di esso una sorta di intermediario spirituale fra i viventi ed i loro
antenati nel momento in cui lo spettro di un trapassato, ancora vagante
pericolosamente sulla terra, è mandato ad unirsi, grazie alle esequie a lui
dedicate, agli spiriti ancestrali dimoranti nell’aldilà.
Nella tradizione hindu
l’associazione simbolica del bufalo con il mondo dei morti è ben attestata sul
piano mitologico, dato che esso è la cavalcatura celeste del dio della morte,
Yama, ma non lo è altrettanto sul piano
rituale. Se si prescinde, infatti, da alcuni vaghi riferimenti vedici, di cui
si dirà più oltre, non risulta che il sacrificio del bufalo sia mai stato
praticato alle cerimonie funebri di modello brahmanico. Nel periodo vedico più
antico, in occasione dei funerali, si soleva sacrificare un vacca da latte, e
non un bufalo maschio come sogliono fare tuttora molte etnie tribali indiane,
indocinesi ed indonesiane. Questo particolare uso sacrificale della vacca
costituisce, ad ogni modo, la più antica forma documentabile della tradizione
consistente nell’immolare bovini a presunto beneficio dei defunti e, di
riflesso, dei loro discendenti. Converrà forse partire da questo dato storico
per individuare le affinità e le divergenze esistenti in materia di sacrificio
di bovini fra i costumi funerari dell’antica società vedico-brahmanica e quelli
ancor oggi osservati da molte società tribali in una vasta area geografica che
si estende dall’India centro-orientale all’Indonesia.
Il più antico rituale
funerario brahmanico, quello çrauta (“appartenente a ciò che fu udito”, ossia alla
rivelazione vedica), prevedeva l’offerta sacrificale di una vacca in occasione
della cremazione del cadavere di un ahitagni,
cioé di un àrya che avesse alimentato
in vita i tre fuochi sacrificali usati nel rituale çrauta. La vacca prescelta doveva essere vecchia, sporca,
sterile, di colore scuro, priva di corna.[2] Durante
la processione funebre l’animale era condotto al seguito del feretro e dei
bracieri contenenti i fuochi sacrificali fino al terreno di cremazione, dove
esso, dopo essere stato toccato sulle terga da tutti i familiari del defunto,
era ucciso e macellato. I suoi organi interni e le parti sezionate del suo
corpo erano sovrapposti, membro su membro, alle corrispondenti parti del
cadavere, già adagiato sulla pira funebre, e bruciati assieme ad esso. Da tale
costume trasse origine il termine anustaraòì, “quella che è deposta” (sottinteso sopra al cadavere),
usato per indicare la vacca sacrificale. Il fumo che si sprigionava dalle carni
bruciate della vacca costituiva la “linfa”, ovvero il nutrimento sotto forma di
“essenza di carne”, destinato ai pit¡, gli spiriti degli antenati, ed al tempo stesso una
scorta di cibo per l’anima del defunto in viaggio verso l’aldilà. Il grasso
delle interiora della vacca, posto in particolare sul volto del cadavere per
proteggerlo dagli effetti più distruttivi del rogo funebre, era detto ricoprire
il defunto “come un’armatura”. Agni, dio del fuoco, doveva incenerire soltanto
l’animale e trasformare il corpo del sacrificante morto, mediante un lento
processo che i testi rituali paragonano alla cottura, in un’oblazione agli dei,
in virtù della quale le porte del mondo dei pit¡ si schiudevano all’anima del defunto. S’intende che il
sacrificio dell’anustaraòì, come tutti gli altri sacrifici vedici, era offerto agli
dei, non ai pit¡. Si credeva anche che l’anustaraòì guidasse il defunto nel viaggio
verso il regno dei morti, svolgendo perciò il ruolo di psicopompo. Essa,
inoltre, era immaginata proteggere il defunto, predisponendolo ad una nuova
rinascita; a suggellare questa funzione religiosa dell’animale, sembra che la
sua pelle fosse usata nel rituale çrauta più arcaico per avvolgere il cadavere, identificato sul
piano simbolico con un feto protetto dalla placenta, prima di deporlo sulla
pira funebre.[3]
La vacca anustaraòì poteva essere
sostituita da una capra oppure da un’antilope nera. Fino al periodo medioevale
l’uccisione e lo smembramento del corpo di tali animali formarono un importante
aspetto del rituale funerario brahmanico. Spesso la carne della vacca
sacrificale era offerta ritualmente al defunto (Atharvaveda 12.2.48) e consumata poi dai brahmani, come si afferma
in diversi Puràòa. Il sacrificio della
vacca o del bue e di altri animali nell’ambito degli çràddha, riti mortuari
supplementari celebrati in un periodo successivo alle onoranze funebri con
oblazioni, pasti rituali e cerimonie in onore dei pit¡, che tramite tali funzioni sacre si
intendeva nutrire e placare, è giudicato conforme alla rivelazione vedica anche
dalla più importante raccolta di norme legislative brahmaniche, la Manu-sm¡ti, composta nel periodo post-vedico.[4] Le
prescrizioni testuali a questo riguardo indicano che il grado di soddisfazione
dei pit¡ dipendeva dall’animale
offerto in sacrificio: la carne di uno zebù poteva saziarli per un anno intero,
quella di un bufalo per un periodo più lungo, e quella di un rinoceronte per un
periodo ancora più lungo.[5] Ciò
sembra indicare che, benché l’unico bovino ad essere immolato durante i
funerali eseguiti secondo il rituale çrauta fosse la vacca, i riti integrativi çràddha includevano anticamente
anche il sacrificio del bufalo.[6]
Nel rituale domestico smàrta, basato, cioé, sui testi della sm¡ti (“ciò che è
tramandato”, ossia il complesso di norme socio-religiose codificate dalla
tradizione brahmanica), il sacrificio di una vacca agli dei nel corso delle
cerimonie funebri, caratteristico del rituale çrauta e contemplato soltanto nel caso in cui il defunto fosse
un sacrificante vedico, è sostituito dalla donazione di una vacca ai brahmani.
Quest’atto rituale è chiamato godàna, mentre la vacca,
donata ai brahmani dal morente o dal figlio di questi, è chiamata vaitaraòì, “quella che fa
attraversare”.[7]
Questo nome pone in primo piano la sua funzione di psicopompo, che essa
condivide con la vacca anustaraòì. Di colore scuro come quest’ultima,[8] ma priva
di difetti fisici, la vaitaraòì era creduta trasportare senza pericolo l’anima del
trapassato nell’aldilà. Giunta al fetido fiume — chiamato anch’esso Vaitaraòì — che segna il confine fra il mondo
degli uomini e quello dei morti, la vacca vaitaraòì, come affermano alcuni testi medioevali, era consegnata
a titolo di pagamento al traghettatore infero che conduceva l’anima del defunto
al di là del fiume a bordo della propria imbarcazione. Fino a tempi recenti il
ruolo di psicopompo attribuito alla vaitaraòì era messo in evidenza nel rituale mortuario
hindu facendo stringere al morente con una mano la coda dell’animale, che
trascinava poi l’uomo lungo la strada per alcuni metri, oppure, ove il morente
non potesse muoversi dal proprio letto di morte perché troppo debole,
ponendogli semplicemente in mano una corda all’altra estremità della quale era
legata la vacca. La vaitaraòì costituiva il dono finale, ed il più importante, fra
quelli offerti ai brahmani dal morente allo scopo di assicurarsi una felice
permanenza nel mondo dei morti, ma non era uccisa ed incenerita sulla pira
funebre assieme al cadavere, come invece avveniva nel caso del funerale con l’anustaraòì .[9]
Quando il sacrificio
dello zebù divenne tabù in India, anche il sacrificio dell’anustaraòì cadette in desuetudine. Venne
stabilito che alle esequie solenni degli ahitagni
che durante la loro vita non avessero mai offerto sacrifici animali, la vacca anustaraòì non dovesse più essere
messa a morte, ma soltanto costretta a compiere il giro della pira funebre,
della salma e dei tre fuochi sacrificali. L’animale era quindi rimesso in
libertà pregandolo di riempire di latte i due mondi, quello degli uomini e
quello dei morti.[10]
Il rituale funerario
vedico, contemplante sin dalle sue origini il sacrificio della vacca, potrebbe
aver influenzato nel corso del tempo i costumi funerari di una serie di
popolazioni tribali insediate in aree montuose o collinari nell’India
nordorientale e centro-orientale, le quali eseguono tuttora sacrifici di bovini
in occasione delle loro cerimonie funebri, di modello non hindu. Tuttavia, il
bovino sacrificale usato da parecchie fra queste popolazioni nell’ambito di
tali cerimonie spesso non è lo zebù, bensì il bufalo o, nell’India del nordest,
il mithun, un ibrido derivante dal bisonte indiano o gaur. Si tratta, in questo
tipo di ambiente geografico, di animali tradizionalmente viventi allo stato
semi-selvatico e quasi mai utilizzati, come del resto lo zebù, per la
produzione di latte o per il lavoro nei campi, [11] che in
queste società tribali si basa tradizionalmente sulla tecnica del jhum o “taglia e brucia”, funzionale ad
un modello arcaico di agricoltura itinerante che generalmente non richiede lo
sfruttamento del lavoro animale. Assieme al gaur, il bufalo d’acqua costituiva
anticamente, in un’economia parzialmente fondata sulla caccia come quella che
un tempo caratterizzava molte delle società tribali indiane, il più grande ed
il più ambito fra tutti gli animali da preda. Nella tradizione culturale
indiana il bufalo è percepito come una bestia selvatica (in sanscrito, m¡ga), un essere possente,
imprevedibile e talvolta pericoloso; lo zebù, al contrario, rappresenta la quintessenza
della categoria di animali addomesticati, mansueti e non pericolosi per l’uomo
che nel lessico sanscrito prende il nome di paçu.[12]
Esistono, in definitiva,
alcune differenze sostanziali fra il ruolo economico svolto dal bufalo e quello
svolto dallo zebù in India. Tali differenze, che si riflettono anche
sull’immagine mitica di questi animali e sul loro uso nel rituale, sono molto
più accentuate nelle società tribali che si sostentano praticando l'agricoltura
itinerante rispetto a quanto non avvenga nella società hindu, nel cui ambito
sia lo zebù sia il bufalo sono egualmente sfruttati per la produzione di latte
e di concime e come animali da traino e da giogo. In questo quadro, la
preferenza accordata al sacrificio del bufalo rispetto a quello dello zebù nel
rituale mortuario adottato da alcune fra le culture tribali più arcaiche
dell’India trova una sua giustificazione economica e sociale.
Resta da verificare se
le tradizioni di sacrificio del bufalo o del mithun incorporate nel rituale
mortuario di alcune popolazioni tribali dell’India abbiano un legame genetico
con la tradizione çrauta del sacrificio della
vacca ai funerali, o non siano, piuttosto, derivate da pratiche religiose
originatesi al di fuori dell’orizzonte culturale vedico. Per compiere tale
verifica sarà necessario passare in rassegna le molteplici forme assunte
nell’Asia meridionale ed in quella sudorientale dalla pratica rituale,
largamente diffusa in questa parte del mondo, consistente nell’immolare bovini
in onore dei defunti o degli antenati.
Le popolazioni tribali di lingua
dravidica stanziate nell’area delle colline Nilgiri, ai confini fra il Kerala
ed il Tamil Nadu, possiedono una tradizione comune di sacrificio del bufalo in
onore dei defunti che riprende alcuni aspetti del funerale vedico con l’anustaraòì o con la vaitaraòì. La nostra rassegna
inizierà da queste popolazioni allo scopo di mettere in dovuto risalto le
differenze che oppongono il rituale funerario da esse adottato a quelli
adottati dalle popolazioni tribali dell’India centro-orientale e dell’Asia del
sudest.
I Toda, piccola tribù di allevatori
arcaici di bufali, seguono per lo più un costume mortuario incineratorio che
coesisteva fino a non molti decenni fa con i residui di un rito inumatorio,
forse connesso ad un più antico strato di popolazione assorbito nel corso del
tempo da gruppi più dinamici di allevatori insediatisi nella stessa area. In
occasione dei riti funebri celebrati immediatamente dopo la morte — il
cosiddetto funerale verde, chiamato Etvainolkedr
in lingua toda — si sacrifica un bufalo fra i lamenti degli astanti, i quali,
al termine della cerimonia, abbandonano la carcassa dell’animale a membri della
tribù Kota appositamente convenuti sul luogo dove si celebra il funerale, in
quanto i Toda stessi non possono, di regola, consumare la carne del bufalo —
animale loro sacro in quanto unico tramite fra il mondo umano e quello divino,
e posto al centro di un elaboratissimo culto fondato sul trattamento rituale
del latte — se non in occasione d’uno specifico rito sacrificale annuale.
Mentre il corpo del defunto giace in una speciale capanna utilizzata
esclusivamente per i riti funebri, un gruppo di uomini e di ragazzi isola
alcuni capi da una delle grandi mandrie di bufali che sono normalmente fatte
pascolare nei pressi degli insediamenti toda e li sospinge verso il luogo dove
si sta svolgendo la cerimonia funebre. Uno dei bufali è inseguito, afferrato
per le corna a trascinato davanti alla capanna; una campana viene legata attorno
al suo collo, e del burro è spalmato sulle sue corna. Infine, la vittima è
uccisa colpendola alla testa con il lato non tagliente di un’ascia o con un
randello. La salma è quindi portata fuori dalla capanna cerimoniale e, se si
tratta di un uomo, la sua mano destra viene chiusa da un parente attorno ad una
delle corna del bufalo mentre gli uomini del villaggio danzano attorno ad un
alto palo; nel caso si tratti di una donna, invece, le gambe di questa vengono
disposte in modo che i piedi poggino sulla fronte del bufalo, e non ha luogo
alcuna danza. Segue poi la cerimonia della lamentazione, che ha un ruolo
fondamentale nel rituale mortuario toda. Il giorno seguente il corpo del
defunto è cremato in uno dei campi d’incinerazione del villaggio, delimitati da
circoli di pietre. Alcuni studiosi descrivono una procedura rituale in parte
diversa in cui il corpo del defunto, fra altissimi lamenti, è disteso sulla
carcassa del bufalo appena ucciso, il viso a contatto con la groppa ed i piedi
a contatto con la testa dell’animale.[13]
Il secondo funerale o funerale
secco, l’insieme dei riti funebri compiuti dopo un lungo intervallo dalla data
della morte, è chiamato Marvainolkedr
in lingua toda. Esso consiste nel bruciare un pezzo del teschio del defunto,
recuperato dalla pira funebre e seppellito da un parente alla base d’un albero,
e nell’inumare le ceneri così prodotte presso un circolo di pietre chiamato azaram. Durante la cerimonia un bufalo è
offerto in sacrificio con le stesse modalità rituali adottate in occasione del
funerale verde, cioé l’isolamento e l’inseguimento di un gruppo di bufali, che
probabilmente intende mimare una scena di caccia, la lotta fra un uomo ed uno
dei bufali, che si conclude con l’atterramento di quest’ultimo, ed il
trascinamento dell’animale per le corna fino al luogo del sacrificio. Anche nel
corso del funerale secco ha luogo una cerimonia di lamentazione, durante la
quale tutti i presenti rendono omaggio al bufalo ucciso toccandolo fra le corna
con le mani. La carcassa del bufalo è lasciata anche in questo caso ai Kota,
che normalmente ricambiano il dono servendo da musicisti alle cerimonie funebri
dei Toda.[14]
Usanze funerarie simili a quelle dei
Toda sono diffuse presso altre popolazioni dravidiche insediate nella regione
delle colline Nilgiri, legate ai Toda e fra di loro da mutui scambi economici.
I Kota, ad esempio, una tribù di agricoltori e di artigiani, celebrano un
anch’essi il funerale verde immolando un bufalo maschio davanti al corpo del
defunto, composto su un carro funebre; l’animale è fatto piegare sulle
ginocchia afferrandogli le corna e torcendogli il capo, ed è infine ucciso con
un colpo sulla nuca. La mano destra del morto è poi stretta attorno ad una
delle corna del bufalo secondo il costume toda. Durante la cerimonia collettiva
del funerale secco frammenti di teschio di tutti i defunti dei quali si
svolgono le esequie, recuperati dalle pire funebri ed appositamente conservati,
sono collocati su piccole strutture in legno che sono poi bruciate. Uno o più
bufali per ciascun defunto sono messi a morte anche in questo frangente. A
differenza dei Toda, i Kota consumano la carne dei bufali sacrificati ai
funerali.[15]
I Badaga, una grande casta di
agricoltori semitribali çivaiti, osservano anch’essi riti funebri in parte analoghi a quelli dei
loro vicini Toda. Essi, infatti, depongono il corpo del defunto su una lettiga
e fanno girare tre volte attorno ad essa una bufala, in precedenza isolata da
una mandria, inseguita, e catturata alla maniera dei Toda. Sempre seguendo il
costume toda, la mano destra del cadavere è sollevata ed appoggiata su una
delle corna dell’animale, dal quale si munge anche un po’ di latte per versarlo
nella bocca del morto. Si crede che questa interazione rituale purifichi il
defunto da tutti i peccati commessi in vita, che sono trasferiti sul capro
espiatorio rappresentato dalla bufala. Quest’ultima non è uccisa, ma è invece
condotta, dopo la cerimonia della cremazione, in una zona disabitata molto
distante dal villaggio; in questo modo si intende impedire alla bufala di
contaminare gli abitanti del villaggio con l’impurità su di essa trasferita
ritualmente nel modo suddetto. Essendo divenuta sacra, la bufala in seguito non
potrà più essere venduta.[16]
Benché seppelliscano i loro morti
invece di bruciarli, i membri della tribù Urali del distretto di Coimbatore,
nel Tamil Nadu, usano il bufalo nel loro rituale funerario in modo quasi
identico ai Badaga. Essi, infatti, fanno girare più volte una bufala ed uno o
due vitelli attorno al grande carro funebre a sei piani a bordo del quale la
salma del defunto è portata in processione fra musiche e danze fino al terreno
di sepoltura. Prima dell’inumazione si munge dalla bufala un po’ di latte e lo
si versa per tre volte nella bocca del cadavere. I giovani bufali sono infine
offerti in dono alla sorella del defunto.[17]
Un valore particolare ha, infine, la
concezione del bufalo psicopompo elaborata dagli Alu Kurumba. Questa comunità
tribale delle colline Nilgiri osserva una forma di culto degli antenati
nell’ambito della quale le uniche vere divinità sono un dio creatore inattivo,
Buruma-Deva, assimilabile al dio hindu Brahmà, ed un dio dei morti, dal ruolo attivo, chiamato
Emme-Daruma-Ràja, “Re-Giudice-Bufalo”,
il quale corrisponde allo Yama hindu. Come quest’ultimo, Emme-Daruma-Ràja è immaginato procedere a cavallo
di un bufalo. Al momento della morte di ciascun uomo o donna, il dio esce dal
suo palazzo, situato sulla cima di un’altissima montagna, per strappare l’anima
del defunto dal corpo con il suo laccio o con la sua rete. L’anima è poi
condotta dai servitori del dio incontro al proprio destino ultraterreno,
stabilito da Emme-Daruma-Ràja con giudizio inappellabile sulla base delle azioni commesse in vita dal
defunto. Non è comunque chiaro se anche gli Alu Kurumba sacrifichino bufali in
occasione delle loro cerimonie funebri, le quali, prima dell’adozione — in
tempi recenti — del costume crematorio da parte della tribù, si concludevano
con l’inumazione del corpo del defunto in un dolmen.[18]
Come si evince da quanto sopra riferito,
il trattamento riservato al bufalo durante le cerimonie funebri dalle tribù
delle colline Nilgiri presenta molti aspetti in comune con quello riservato
alla vacca nel rituale funerario brahmanico di modello più arcaico. La campana
legata dai Toda attorno al collo del bufalo ricorda l’analogo costume in voga
al funerale con la vaitaraòì.[19]
L’usanza di stringere la mano del cadavere attorno alle corna del bufalo per
sottolinearne la funzione di psicopompo è quasi identica a quella vedica
consistente nel far stringere al morente la coda della vaitaraòì, mentre l’usanza di far toccare la
testa del bufalo ucciso ai parenti del defunto ricorda l’analogo atto rituale
eseguito al funerale vedico con l’anustaraòì, con la differenza che in quel frangente i parenti
toccavano le parti posteriori della vacca e non la sua testa, e che ciò
avveniva prima che l’animale sacrificale fosse ucciso. Il rito consistente nel
far girare una bufala ed i suoi giovenchi attorno al carro funebre, praticato
alle cerimonie funebri degli Urali, riproduce l’antico rito brahmanico
consistente nel far girare la vacca vaitaraòì, assieme al suo vitello, intorno alla pira funebre.[20] Sia i
Badaga sia gli Urali, inoltre, liberano la bufala dopo averle fatto compiere
dei giri attorno al feretro od al carro funebre, il che rimanda all’analogo
costume adottato nel periodo post-vedico in connessione al funerale con l’anustaraòì.
I sacrifici di bufali praticati in
ambito funerario dalle tribù dravidiche delle colline Nilgiri occupano, ad ogni
modo, una posizione molto particolare nel panorama dei costumi mortuari
tramandatisi fra le società tribali dell’India, e ciò soprattutto in ragione
dello status sacro conferito alle mandrie di bufali, ed al latte da esse
prodotto, dalle comunità di allevatori Toda, le cui tradizioni religiose hanno
profondamente influenzato, nel corso dei secoli, anche quelle dei loro vicini
tribali. Il culto toda del bufalo, incentrato sulla sacralità del latte, è un
fenomeno religioso isolato che rappresenta esattamente il contrario della
proibizione di bere latte che contraddistingue la maggior parte delle religioni
tribali del subcontinente indiano. Le funzioni sacre attribuite dai Toda alla
bufala da latte ricordano, piuttosto, quelle attribuite dagli hindu alla vacca
da latte. Non sembra casuale, nel contesto in discussione, che la vacca anustaraòì fosse lodata ai
funerali di tradizione çrauta per la sua capacità di produrre latte. L’enfasi
religiosa posta sul latte dei bovini usati nel rituale funerario, che accomuna
le tribù delle colline Nilgiri agli indiani vedici, è completamente assente
nelle tradizioni funerarie della maggior parte delle altre etnie tribali —
indiane, cinesi, indocinesi ed indonesiane — discusse in questo saggio, le
quali, fra l’altro, offrono generalmente in sacrificio bovini di sesso
maschile, e quasi mai vacche o bufale da latte.
Le regioni montuose del Deccan
nordorientale situate fra la catena dei Ghati Orientali e la valle del Godavari
sono popolate da gruppi tribali di lingua munda e dravidica che hanno
preservato una serie di costumi religiosi di origine neolitica. Fra questi
ultimi si distinguono, per la loro estraneità alla tradizione religiosa vedica,
le cerimonie in onore dei defunti, che spesso contemplano l’erezione di
monumenti megalitici o di pali commemorativi ed il sacrificio di bovini.
Studiosi come Mortimer Wheeler, Chrisoph von Fürer-Haimendorf ed altri hanno
posto in risalto una serie di elementi culturali comuni che consentirebbero, a
loro avviso, di collegare le tradizioni megalitico-funerarie proprie di questo
gruppo di tribù del Deccan, fra le quali essi includono i Gond del Bastar e
dell’Andhra Pradesh ed i Lanjia Saora, i Bondo ed i Gadaba dell’Orissa, a
quelle che contraddistinguono alcune tribù dell’India nordorientale, ad esempio
i Khasi ed i Naga, e dell’Indonesia. Secondo Fürer-Haimendorf, l’introduzione
di questo complesso di pratiche rituali all’interno del Deccan sarebbe stata
opera di popolazioni neolitiche di lingua munda provenienti da regioni situate
ad est dell’Assam, i cui costumi religiosi avrebbero influenzato quelli di
altre popolazioni tribali indiane attualmente parlanti lingue dravidiche, ma
che forse, come sembra essere avvenuto nel caso dei gruppi Gond del Bastar,
appartenevano originariamente anch’essi al ceppo culturale munda. Le tribù
munda dell’altopiano del Chota Nagpur, situato lungo la direttrice geografica
che collega l’India del nordest alla catena dei Ghati Orientali, e quindi in
una posizione ideale per favorire un simile interscambio culturale, conservano
anch’esse tradizioni megalitico-funerarie del tipo in discussione. Poiché le
lingue austroasiatiche, che comprendono le lingue munda parlate nel
subcontinente indiano e quelle mon-khmer parlate nella terraferma dell’Asia del
sudest, furono classificate agli inizi del XX secolo come una branca di una
nuova super-famiglia linguistica, denominata austrica, la cui altra grande
branca sarebbe costituita dalle lingue austronesiane, parlate in una vastissima
area geografica che si estende dal Madagascar alla Polinesia, ed il cui
principale centro di dispersione è stato individuato nell’arcipelago
indonesiano, Fürer-Haimendorf si spinge fino dichiarare, con un assunto
storicamente indimostrabile, l’origine culturale “austrica” delle tradizioni
funerarie di modello megalitico attualmente diffuse nell’Asia meridionale e
sudorientale.[21]
Non si intende qui discutere la
correttezza di questa teoria, sulla quale sono stati spesi fiumi di inchiostro
senza che si siano mai raggiunti dei risultati definitivi;[22] è
invece utile, a nostro avviso, proseguire l’indagine comparativa, iniziata da
Fürer-Haimendorf e da altri antropologi, sui costumi mortuari praticati dalle
popolazioni tribali dell’India e dell’Asia del sudest, alla ricerca di elementi
comuni che possano essere letti anche, ove possibile, in una chiave indologica.
Non è ancora affatto chiaro, infatti, se e in che misura la tradizione vedica,
in seguito alla penetrazione della cultura indiana in vaste regioni dell’Asia
del sudest, abbia influito sullo sviluppo dei costumi mortuari tipici delle
culture più arcaiche presenti in queste regioni e, in maniera speculare, se e
in che misura questa classe di costumi mortuari tribali — prescindendo
dall’elemento megalitico, che è assente nelle tradizioni funerarie
dell’induismo — abbia influenzato il rituale hindu in generale, in modo
particolare per quanto riguarda l’unica forma in cui la cerimonia del
sacrificio del bufalo sopravvisse nel periodo storico all’interno
dell’induismo, ovvero quella associata alla venerazione della Dea ed a quella
delle innumerevoli divinità femminili locali, oppure specializzate in funzioni
particolari, che sono concepite come sue manifestazioni secondarie.
Lo studio delle culture tribali
dell’India centro-orientale che hanno preservato fino ad oggi la tradizione del
sacrificio del bufalo in onore dei defunti è importante, poiché questa è una
delle aree dell’India dove anche la tradizione del sacrificio del bufalo in
onore della Dea resiste tuttora all’assalto delle correnti dell’induismo che
mirano a sopprimere il sacrificio di animali. Si può iniziare questo studio
partendo dai Gadaba, una popolazione tribale stanziata nel distretto di Koraput
in Orissa e nei distretti più settentrionali dell’Andhra Pradesh, e divisa in
una sezione di lingua munda ed una di lingua dravidica.[23] I
Gadaba bruciano i loro morti secondo il costume hindu. Alcune comunità Gadaba
osservano una speciale cerimonia sacrificale mortuaria, chiamata Sudhi oppure Tigab, entro dodici giorni dalla data della cremazione. Se le
condizioni finanziarie della famiglia non consentono la celebrazione del Sudhi entro tale periodo, essa viene
rimandata alla fine dell’anno. La cerimonia ha al suo centro il sacrificio di
almeno un bufalo o di una vacca al dumba
o duma, lo spirito del defunto non
ancora accolto nel mondo sotterraneo dei morti. Il rito è finalizzato a
pacificare quest’ultimo fornendogli una ricchezza da portare con sé
nell’oltretomba così da dissuaderlo dal tormentare i propri familiari. L’animale
è ucciso colpendolo con il lato non tagliente di un’ascia mentre alcuni uomini
lo trattengono per le zampe. Una volta che il bovino è caduto a terra, il suo
ventre è aperto con un coltello per estrarne il fegato ed il cuore, che sono
poi cotti con del riso ed offerti al dumba
presso il campo di cremazione unitamente a delle coppette riempite con il
sangue dell’animale, anch’esso mescolato a riso. Al ritorno del sacrificante
dal campo di cremazione si svolge un banchetto in onore del defunto, durante il
quale si mangia la carne del bovino sacrificato.[24]
Entro tre o quattro anni dalla morte
di un congiunto, i clan Gadaba osservano una grande cerimonia comunitaria,
detta Gota Mela o Gatar, il cui scopo è rafforzare i
legami fra il mondo dei vivi e quello dei morti rendendo onore ai parenti
defunti negli anni precedenti così da assicurarsene l’aiuto e la benedizione in
modo stabile. In tale occasione si svolge un’ecatombe di decine e decine di
bovini, sia bufali sia vacche, la cui uccisione è promessa al defunto al
momento della morte. Questa cerimonia richiede, ovviamente, l’accumulo di
ingenti ricchezze da parte dei discendenti dei defunti in essa commemorati;
essa, quindi, aumenta grandemente il prestigio sociale della famiglia del
sacrificante. Prima del sacrificio, delle lastre di pietra piatte, sansara birel, e dei menhir, sil birel, sono installati in un numero
variabile sia nel sodor, l’agora del
villaggio, sia nell’area sacrificale all’esterno dell’abitato. Questi monumenti
megalitici, cui viene dato il nome del defunto commemorato alla festa,
tramanderanno ai posteri l’esecuzione del Gota
Mela in onore di quel particolare antenato. I bufali, dopo essere stati
nutriti per giorni con riso e bevande alcoliche, consumate da tutti i presenti
in grandi quantità nel corso di sontuosi festeggiamenti, sono adornati con
nastri di stoffa e legati a rami recisi di simul
(Bombax malabaricum o Salmalia malabarica)[25]
piantati all’interno dello spiazzo sacrificale, uno in ragione di ciascun capo
di bestiame. I partecipanti alla cerimonia, muniti di asce da battaglia,
formano un cerchio attorno agli animali e subito dopo li liberano, lasciandoli
vagare all’interno del cerchio senza, però, consentire loro di scappare. I
bufali sono abbattuti con un colpo d’ascia sul ventre; quindi, mentre essi sono
ancora in vita, i loro uccisori strappano loro le viscere usando soltanto le
mani, e le ripongono nelle pieghe delle loro vesti. Le interiora dei bovini
sono un trofeo molto ambito in quanto esse contengono spesso delle monete,
fatte ingerire agli animali in precedenza, ed il cui rinvenimento equivale nel
rituale ad una benedizione. Le interiora del bufalo sembrano avere per i Gadaba
un valore sacrificale speciale, che ritroviamo anche in alcuni culti delle dee
di villaggio dell’India del sud che prevedono lo squartamento e l’esposizione
pubblica delle viscere del bufalo offerto in sacrificio alla divinità. Nel rito
sacrificale gadaba, una quota della carne dei bufali macellati è assegnata ai
congiunti del defunto, che la trasportano ai rispettivi villaggi d’appartenenza
per consumarla assieme ai loro nuclei familiari. I membri della famiglia del
donatore, tuttavia, non possono mangiare la carne dei bufali sacrificali. Si
crede che i bufali si trasferiscano nel regno dei morti portando con sé lo
spettro del dumba e divenendo
proprietà di quest’ultimo, aumentandone la ricchezza ed il benessere
nell’aldilà. Anche i bufali non uccisi perché in sovrannumero rispetto alle
esigenze del banchetto funebre, una volta condotti dai parenti del sacrificante
ai rispettivi villaggi d’appartenenza, sono considerati a tutti gli effetti
proprietà dello spirito del defunto, al quale, si crede, essi si
ricongiungeranno dopo essere stati uccisi in un secondo tempo. Questi bufali
non possono essere venduti né usati per i lavori nei campi. Nel corso del Gota Mela, inoltre, si macellano molte
vacche, che forniscono altra carne per i pranzi cerimoniali cui partecipano,
nel corso di una settimana, tutti i membri del clan del donatore, gli amici ed
i conoscenti. La donazione di bufali al sacrificante da parte dei membri del
suo clan in occasione del Gota Mela
determina un obbligo di reciprocità che dovrà essere ottemperato in futuro, e
che ricorda molto gli analoghi obblighi sociali incorporati nel cerimoniale
delle feste di merito delle tribù Naga e in quello delle grandiose cerimonie
funebri delle tribù Toraja di Celebes, in Indonesia.[26]
Il bufalo è il principale animale
sacrificale anche presso i Lanjia Saora, una tribù di lingua munda dell’Orissa
sudoccidentale. L’offerta sacrificale del bufalo è comune soprattutto alle
grandi cerimonie funebri del Guar e
del Karja, la cui celebrazione, come
avviene nel caso del Gota Mela dei
Gadaba, comporta un ingente dispendio di risorse economiche.
Il Guar è un’elaborata cerimonia funebre osservata, almeno un tempo, durante la stagione secca, in una data che poteva variare da poche settimane ad uno o due anni dopo la cremazione della salma ed il seppellimento cerimoniale delle ceneri. Esso è generalmente celebrato in onore di singoli individui deceduti, e consiste nel sacrificare uno o più bufali, la cui carne è cucinata e consumata durante il banchetto funebre, e nell’erigere un menhir (gu = piantare; ar = pietra) sopra alle ceneri del defunto dopo che esse sono state riesumate e quindi nuovamente seppellite nel ganuar, il cimitero del villaggio, ai piedi dei menhir dedicati ai membri defunti della sua famiglia, normalmente di dimensioni molto diverse ed ammucchiati alla rinfusa l’uno contro l’altro. I bufali sono accompagnati al sacrificio da una processione danzante e sono uccisi sferrando loro un colpo sulla nuca con il lato non tagliente di un’ascia. Le teste, alcune zampe e porzioni sacramentali degli animali sono deposte di fronte al gruppo di pietre mortuarie appartenenti alla famiglia del defunto. In certi casi gli sciamani o le sciamane che conducono i riti funebri collocano le teste mozzate dei bufali sui menhir. La carne delle bestie scuoiate e macellate è suddivisa fra i vari donatori in base a quote stabilite dalla tradizione secondo uno schema basato su vincoli di reciprocità sociale. Gli spettri dei defunti, sonum, che dopo la morte sono immaginati errare fra i viventi in cerca di attenzioni, conforto e nutrimento, ottengono, in virtù dell’esecuzione di questo rito, l’accesso alla comunità degli spiriti ancestrali. La quota di carne di bufalo offerta al sonum rappresenta il nutrimento necessario allo spettro del defunto, indebolito ed affamato, per sostenere lo sforzo del viaggio verso il regno dei morti. Il bufalo sacrificale, trasformato ritualmente in un possedimento del defunto, diviene così il suo viatico per l’aldilà. La presenza di sciamani o sciamane durante la celebrazione del